Books and feelings · Senza categoria

Mia madre odia le carote // Paolo Cotrufo, Zoe

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“Soltanto chi si presenta per ciò che è può essere amato veramente.”

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La verità di Amelia // Kimberly Mc Creight

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Con ritmo serrato e curiosità crescente, Kimberly McCreight ci aiuta a ricostruire tassello dopo tassello la vera storia di Amelia Baron, quella che tanto velocemente è stata messa in ombra dal suo apparente suicidio. A condurre la vera indagine – quella emotiva – è sua madre, l’avvocato Kate Baron, che rialzandosi dalla sua pozzanghera di dolore, desidera più di chiunque altro scoprire perchè sua figlia avrebbe deciso di gettarsi dal tetto della Grace Hall – l’esclusiva scuola del quartiere – e quali sono i motivi che l’hanno spinta a compiere un gesto così estremo. Perchè la domanda, quella vera, che Kate Baron rivolge ai detective, al preside della scuola, agli insegnanti, alle persone che Amelia Baron frequentava, è più che mai una certezza.

Amelia (non) si è suicidata?

Ecco allora che dietro un velo di normalità si nascondono segreti profondi, paure circa la propria sessualità, insicurezze, bullismo e legami pericolosi in un intreccio fitto e difficile da districare. Armata di tanto coraggio e di una testarda voglia di verità, la madre della ragazza gioca ogni carta a sua disposizione, fino a scoprire che dietro apparenti litigi e storie adolescenziali si nascondono segreti piuttosto adulti.

Il libro è estremamente fluido, e procede per gradi con la struttura di un thriller, alternando la storia della giovane Amelia a quella di sua madre Kate, con capitolo brevi e qualche colpo di scena ben distribuito tra le righe. La storia è presentata in modo accattivante, e dopo aver letto il libro non mi resta che aspettare che Nicole Kidman – dopo averne acquistato i diritti – inizi a dirigerne il film, nella speranza che sviluppi meglio alcuni temi presenti nel romanzo che, a mio avviso, dovevano avere maggior rilievo, come l’omosessualità, il rapporto controverso tra genitori e figli, e il peso che le situazioni familiari possono avere sulla crescita emotiva e relazionale di un adolescente.

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Storia di una ladra di libri

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Rosa: Questa è la cosa più stupida che abbia mai fatto.
Hans: Infatti guarda come sei felice.

Nutrivo grandissime aspettative nei confronti di questo romanzo, e il mio sesto senso per i libri mi guida sempre negli acquisti giusti; ma questa volta la realtà ha superato di gran lunga la mia fantasia, cosa assai rara, di questi tempi. Così dopo tanti mesi sono riuscita a piangere sulle parole – e grazie alle parole – di Markus Zusak. E devo ammetterlo, è stata una gran vittoria per me tornare ad innamorarmi di una bambina salvaparole, perchè a volte un cuore che trema con sincerità è la miglior difesa contro un mondo duro come un sasso. Perciò il primo imperativo che accompagna questo libro è emozionatevi, emozionatevi, emozionatevi, ripetuto per tre volte, ogni volta con più determinazione.

Markus Zusak è uno scrittore australiano, e uno dei suoi puoi celebri romanzi, Storia di una ladra di libri, è entrato a far parte della lista dei libri più letti del New York Times. Il titolo originale del romanzo, La bambina che salvava i libri, sarebbe stato in ogni caso più appropriato per la storia di Liesel Meminger, o almeno a me piace pensare che a lei sarebbe piaciuto di più. Il romanzo, con fortissime connotazioni storiche, è ambientato nella Germania del nazismo nel 1939, sotto piogge di bombe e sorrisi spezzati. A scrivere è una narratrice d’eccezione, la morte, docile e paziente. Sotto i suoi riflettori, Liesel Meminger e i suoi libri. Non saprei ancora dirvi con certezza se è Liesel Meminger a salvare i libri, o se sono i libri a salvare Liesel Meminger, ma questa è un’altra storia.

Liesel e la sua famiglia adottiva nascondono un segreto con due polmoni in cantina. Un segreto che qualcuno chiamerebbe ebreo, e che Liesel chiamerà amico. Un ragazzo che la legherà con un filo doppio alle parole, che pesanti come sono, almeno saranno per un pò sulle spalle di entrambi. Ma non è solo Max Vandeburg a dividere l’orrore con Liesel. Accanto a lei, anche un uomo con una fisarmonica, una donna burbera dal cuore sciolto come un brodo, e Rudy Steiner, un tedesco bianco dal cuore nero, che corre veloce come il vento ma non riesce mai ad acchiappare un bacio.

 

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Le ho mai raccontato del vento del nord

Ero entrata in libreria per acquistare un libro di John Green, perchè mi ero ritrovata per la seconda volta a guardare un film tratto da un suo libro con la curiosità di sapere cosa ci fosse dietro, eppure non ero pronta a prender tra le mani nessuna delle sue storie. Ero lì a fissare le copertine senza trovarci dentro nulla di convincente. Poi il mio sguardo è caduto su un libro poco distante, Le ho mai raccontato del vento del Nord di Daniel Glattauer, un giornalista / scrittore austriaco. Sarà stato per via dei capelli scompigliati della ragazza ritratta in fotografia, o per quel titolo allo stesso tempo così confidenziale e curioso. Ho letto velocemente cosa c’era scritto sul retro della copertina, e sono corsa a pagare. Nelle librerie, infatti, la mia impulsività ha sempre la meglio. Non scelgo mai con quel briciolo di razionalità che mi rimane, ma sempre e soltanto col cuore. La ragazza che era alla cassa mi ha guardato dritto negli occhi.

Non sai quello che stai per fare, mi ha detto, anzi prenditi una giornata libera perchè non riuscirai a staccar gli occhi fino a quando avrai finito.

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La gabbia d’oro

Lo avevo già anticipato nella mia presentazione: a tratti questo blog parlerà anche di libri. E non solo dei romanzi che catturano la mia attenzione sugli scaffali delle librerie – per quanto quegli stessi romanzi occupino uno spazio infinito nella mia lista di cose importanti – ma anche di quei libri che, in un modo o nell’altro, incontrerò nel corso dei miei studi. Mi ero ripromessa di parlavi di quello che mi appassiona e che, in una certa misura, rappresenta le basi per il mio futuro. Oggi, quindi, vi parlo di un libro che proviene direttamente dalla bibliografia della mia tesi, La gabbia d’oro di Hilde Brunch, psichiatra docente a Houston nel 1964. Si tratta di un testo non recente, quindi, ma che a mio avviso va necessariamente letto se ci si accosta al tema. E, soprattutto, se vogliamo farlo con l’umiltà necessaria. Vorrei davvero aprire una parentesi infinita sui disturbi dell’alimentazione, sul perchè sono il tema principale della mia tesi – accanto alla sessualità – su come io mi senta terribilmente vicina a quel mondo pur non avendolo mai toccato con mano. Ma opterò soltanto per una piccola riflessione intorno al titolo, che spero vi spinga ad acquistare questo libro non appena potrete.

Di fronte alla parola gabbia, infatti, è semplice immaginare un corpo assolutamente privo di consistenza – e di contenuto – tale da diventare una vera e propria prigione dalla quale chi soffre di anoressia tenta di evadere.

Uno specchio nel quale, ad un certo punto, la persona non riesce davvero più a guardarsi. Uno spazio vuoto che non la rappresenta, un biglietto da visita che parla una lingua sconosciuta. Ebbene, il punto di forza del libro riguarda prima di tutto la sua capacità di farsi comprendere da qualunque tipo di pubblico. La Brunch è, a mio avviso, una raccontastorie, che a piedi nudi ci regala una parte dei numerosissimi casi clinici da lei stessa seguiti. La sua analisi si focalizza non soltanto sul vissuto anoressico, ma anche e soprattutto sul passato. Viene quindi da chiedersi se la gabbia è stata costruita dalla malattia – o se sia la malattia stessa – o se le pericolose pareti che circondano un simile dolore non siano state costruite col tempo, fin dall’infanzia, in un susseguirsi di cacce all’imperfezione e silenziose richieste d’amore mai ascoltate. Mi piacerebbe, un giorno, raccontarvi quale significato ha, per me, la malattia mentale, ma in questa brevissima recensione spero che il messaggio più importante sia passato tra le righe. Non c’è davvero nulla di quantificabile che renda la mia sofferenza differente dalla sofferenza di chiunque altro. Esistono solo differenti modi di sentire il dolore, di affrontare il dolore, e di sopravvivere al dolore.

Dall’uscita di questo testo ad oggi, sono stati fatti davvero tanti passi avanti nella ricerca e nella terapia. Per fortuna la malattia, per la maggior parte, non è più vista come un nemico da eliminare, ma come una soluzione, la migliore soluzione che il soggetto è riuscito a trovare, con cui confrontarsi. La più grande bugia che ci si possa raccontare – e forse è proprio questa la vera ed unica gabbia in cui rimanere intrappolati – è che l’anoressia sia un problema di chilogrammi. Purtroppo però, forse molto più che in altri tunnel, quello dell’anoressia è ben arredato, e rimanere bloccati di fronte alle apparenze e alla superficiale rassicurazione data dal raggiungimento di un peso normale è incredibilmente pericoloso.

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La donna dello scandalo

Ho un vizio tutto mio, quando guardo un film. Se la trama mi appare interessante, corro su Google per scoprire se dietro si nasconde un libro. Forse è una vera e propria caratteristica da lettrice. Quando ho visto Diario di uno scandalo, per la prima volta, sono rimasta colpita dagli strambi ed inquietanti caratteri dei personaggi. Che nello stesso tempo erano così piacevolmente sfumati da riuscire ad apparire legittimi.

Sheba Art e Steven Connolly
Sheba Art e Steven Connolly

Ma non intendo raccontare storie o sfatare falsi miti. Desidero piuttosto riportarvi immagini ed impressioni, e prestarvi occhi da lettori, ovvero gli occhi più profondi che si possano indossare, gli unici capaci di attraversare a nuoto l’oceano o scavalcare gli ostacoli a piè pari.

Dietro l’immenso lavoro in scena di Judi Dench e Cate Blanchett, si nasconde di certo una appassionata lettura del testo di Zoë Heller, La donna dello scandalo. Ho appena terminato di leggere il libro in compagnia di una crostata con marmellata di fragole e il mio fondamentale cappuccino con latte freddo, e mi sono resa conto della perfetta aderenza tra tono e parole, stile di recitazione e ritmo narrativo, tempi e pause, caratteri e movenze. Sebbene abbia avuto il terrore che il libro portasse con sè un peso eccessivo dovuto all’ossessiva voce narrante, il sottostante elemento di perversione rende la storia estremamente agghiacciante.